1. Ecco: noi siamo i vinti, noi siamo gli sconfittiM
Noi siamo i vinti, quelli che avvertono l’amarezza di cercare di fare il bene e di non riuscirci. Vorremmo condividere la nostra fede e non ci riusciamo; vorremmo trovarci tutti insieme come una famiglia unita, un cuore solo e un’anima sola, e non ci riusciamo. Noi siamo i vinti.
Abbiamo sognato di formare famiglie unite, generazioni che si arricchiscono a vicenda, che vivono di affetti intensi, di stima reciproca, e non ci siamo riusciti. Noi siamo i vinti.
Ci siamo impegnati per una Chiesa che fosse riconosciuta come il sale della terra, per dare sapore a tutta la vita, come una città sul monte, attraente città della gioia e non ci siamo riusciti. Nella Chiesa, come dappertutto, c’è piuttosto una tristezza, una rassegnazione, un’immagine antipatica, una frenesia senza frutto e forse senza futuro. Noi siamo i vinti.
Abbiamo fatto la nostra parte per una società più giusta, più solidale, più aperta e siamo stati giudicati come ingenui, derisi e criticati come nemici del bene del nostro paese. Noi siamo i vinti.
Ci sembra di avere qualche cosa di bello e di importante da dire a proposito della vita e della morte, dell’amore e della gioia, del presente e del futuro, ma il nostro messaggio si perde nel vuoto, il mondo e la gente vanno oltre e fanno a meno di noi e del nostro messaggio. Noi siamo i vinti.
2. Dove andate, voi gli sconfitti della storia? Dove guardate?
Noi, i vinti, viviamo nell’aria greve della speranza perduta, dei propositi incompiuti, delle aspettative smentite. E dove andate, voi, gli sconfitti della storia, compatiti e derisi dalla società? Dove guardate? Noi siamo i vinti, noi volgiamo lo sguardo a Colui che hanno trafitto. Noi contempliamo il fianco trafitto e il sangue e l’acqua che vengono dal Crocifisso. Noi siamo i vinti e contempliamo Colui che è stato messo a morte, umiliato e sconfitto.
Noi, i vinti, non viviamo di illusioni, non ci dedichiamo a calcolare le probabilità di una rivincita, non abbiamo strategie per guadagnare consenso, stima, o almeno un risarcimento per il bene fatto, ricambiato con il male. Noi, i vinti, non coltiviamo sogni evanescenti. Noi fissiamo lo sguardo su Colui che hanno trafitto e siamo commossi dalla manifestazione della sua gloria: ecco, ora il Figlio dell’Uomo è stato glorificato.
Il pensiero si confonde, le parole si ingarbugliano, sperimentiamo la contraddizione degli affetti: volgiamo lo sguardo a Colui che è stato trafitto e contempliamo la manifestazione della gloria di Dio. Che cos’è la gloria di Dio? Noi abbiamo visto la sua gloria, come Longino, il soldato romano che ha trafitto il Signore: una goccia di sangue gli ha bagnato l’occhio malato e così il suo sguardo ha potuto rivolgersi a Colui che egli stesso aveva trafitto. E ha visto la gloria dell’Unigenito.
Cos’è la gloria di Dio che si manifesta nel suo Figlio unigenito? Forse qualcuno si immagina la gloria di Dio secondo un immaginario umano, che usa l’artificio della ricchezza, della bellezza, dello splendore come segni del glorioso. In realtà la gloria di Dio si rivela nel Figlio Gesù come l’amore che rende capaci di amare, di amare fino alla fine, di amare fino al compimento dell’amore. La gloria è quindi lo Spirito che Gesù dona nel suo morire, perché noi possiamo vivere.
3. «Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo»
E, contemplando la gloria del Crocifisso, riconosciamo che noi, i vinti, gli sconfitti, possiamo vincere il mondo: «Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede». Come si vedrà questa vittoria sconcertante? Come saremo testimoni della verità di Gesù? «Il luogo per eccellenza della speranza cristiana è la liturgia eucaristica» (Mons. Marco Busca, Lettera giubilare). «Il sangue effuso dal sangue di Cristo dimora nel mondo come il germe della sua misteriosa santità» (ibid.). «La speranza cristiana alimenta l’impegno nel mondo e in favore del mondo per contribuire all’espansione del Regno di Dio attraverso azioni creative di giustizia, pace e di fratellanza» (ivi, p. 8).
Così noi, i vinti, siamo inviati per testimoniare che la vittoria che vince il mondo non è una forza che si impone, ma l’amore che si prende cura; non è una conquista da realizzare, ma la vocazione da accogliere; non è un progetto da portare avanti, ma una sequela in cui perseverare qui e nel mondo, a imitazione di Daniele Comboni: «Siccome queste anime che andiamo a cercare con tanta fatica e pene inaudite sono riscattate dal Sangue di Gesù Cristo, siamo sicuri che Dio ci aiuterà» (Scritti, n. 4072; citato in Mons. Marco Busca, Lettera giubilare). «Spesso chi si impegna nella promozione del bene e della giustizia incontra resistenze e ostilità, che non di rado suscitano demotivazione e tolgono la fiducia in un possibile cambiamento. Eppure, la speranza del cristiano non può che rianimarsi nella consapevolezza che Gesù Cristo ha vinto il mondo accettando di perdere sé stesso, riponendo nel Padre tutta la sua fiducia» (ivi, p. 8)
Dunque noi, i vinti, conosciamo la via della gloria, la vittoria che vince il mondo: l’amore che si prende cura, la vocazione alla santità, la speranza che anima la sequela di Gesù fino al compimento.