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Gli si fece vicino … (Lc 10,34)

Il prete vicino alla gente a imitazione dello stile di Gesù. Pellegrinaggio ISMI (decennio), meditazione, Cascia, Santuario di Santa Rita da Cascia - 12 aprile 2024

12 Aprile 2024

1. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo (Gv 6,15).

La compassione di Gesù per le folle smarrite, senza pastore, lo immerge nei loro bisogni.
I cinquemila lo seguono con un entusiasmo sprovveduto fino a dimenticarsi delle necessità elementari: Gesù è indotto a interrogarsi e a interrogare i discepoli su come cinque pani possano sfamare la folla.
I malati isolati dalla città per le loro malattie ripugnanti commuovono Gesù fino al punto da farsi vicino, toccarli, ricondurli alla vita civile.
L’invocazione di genitori angosciati chiama Gesù a entrare nelle case dove una giovane vita o la vita di un amico si spegne.
Lo stile con cui Gesù è vicino, il suo modo di amare secondo il progetto del Padre non è accondiscendenza alle attese, ai progetti della gente.
Per essere vicino Gesù si fa lontano, delude le aspettative, contesta i pregiudizi, a costo di rimanere solo sul monte, a costo di vedere la folla dei cinquemila disperdersi con una specie di risentimento dalle conseguenze tragiche.
Il prete obbedisce a chi lo ha mandato.
Imita lo stile di Gesù che lo ha chiamato a essere nel gruppo di coloro che rimangono con lui per fare dell’amicizia con lui la loro casa e del rimanere in lui il principio del portare frutto. Il prete sta in mezzo alla gente per dire la parola antipatica della conversione, per incoraggiare “coloro che rimangono” a essere sale, lievito, luce.
Quale intensità di relazione con il Verbo incarnato conforma al suo stile di prossimità, di amorevole servizio che diventa vocazione all’oltre, proposta di quel credere che è vita eterna?

 

2. Guardate come crescono i gigli (Lc 12,27)

Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi, gente di poca fede. Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc 12,27 ss).
Insegnare un modo di guardare. Le apprensioni che occupano la mente, l’agitazione che rende frenetici i giorni, congestiona le agende sono manifestazione di un adulto senso di responsabilità per le persone, le tradizioni, le strutture che sono affidate. C’è una dedizione sincera e uno zelo ammirevole nell’impegno ordinario dei preti. C’è però anche il rischio di una immersione così “subita” da rendere miopi.
La parola che i preti sono mandati ad annunciare è una chiamata a convertire lo sguardo per imparare a vedere l’opera di Dio e ad affidarsi alla sua promessa. Cercare, accogliere il regno di Dio chiede si aprire gli occhi.
Insegnare a guardare perché gli occhi si aprano per riconoscere Gesù allo spezzare del pane: celebrare l’eucaristia in modo da insegnare lo sguardo.
Aprire gli occhi, per riconoscere il povero che chiama a farsi prossimo: insegnare lo sguardo della compassione.
Aprire gli occhi, per riconoscere nell’intimo dell’uomo il principio delle passioni disordinate e del peccato e la parola dell’angelo di Dio che chiama alla gioia, la confidenza di Gesù che rende partecipi della sua amicizia.

 

3. Lasciate riposare la terra.

“ … ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore. Non seminerai il tuo campo, non poterai la tua vigna. Non mieterai quello che nascerà spontaneamente dopo la tua mietitura e non vendemmierai l’uva della vigna che non avrai potata; sarà un anno di completo riposo per la terra (Lv 25,4-5). 
Come si può esprimere la prossimità verso persone che sono stanche?
Molta gente vive logorata da ritmi di vita faticosi: in parte vittime di prestazioni imposte, in parte frenetici per dimostrare di essere all’altezza delle attese.
La proposta pastorale potrà essere la richiesta di ulteriori “cose da fare”?
L’anno giubilare sarà una aggiunta di adempimenti?
L’intenzione delle prescrizioni del settimo anno e del cinquantesimo anno sembra essere quella di consentire il riposo della terra la ricostruzione di legami fraterni. E la modalità del riposo è espressa con il vivere di ciò che la terra spontaneamente offre.
Possiamo immaginare una azione pastorale che sia attento a quello che la gente spontaneamente offre?
Significa forse pensare la domenica come giorno di festa, preghiera, di incontro, di fraternità, di ricostruzione di rapporti nella famiglia, tra le famiglie, tra le generazioni.
Significa forse impostare la proposta formativa come risposta alle domande piuttosto che come sovrabbondanza di stimoli e richiesta di prestazioni.
Significa forse sospendere il ritmo delle iniziative replicate per inerzia per anni e anni, per inserire momenti alternativi, gratuiti.
Significa che il prete insista sul dimorare in Gesù e l’esserci con una presenza abituale e affidabile, piuttosto che sull’organizzare e gestire iniziative e organizzazioni.
Per un anno, almeno per un anno, lasciate riposare la terra.